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Ci sono stati alcuni casi, nella storia, in cui, più che pazzerello, Marzo è stato proprio carogna. I folignati che hanno vissuto uno di quei casi non se lo dimenticheranno tanto facilmente. Primi giorni di marzo del 1956. L’Italia cerca ancora di riprendersi dalla terribile batosta dell’11-16 febbraio, quando una potente depressione a struttura binaria, alimentata direttamente dal vortice polare, ha inondato di neve l’intera penisola.
A Foligno si sono raggiunti i –16°, ma non c’è ancora la chiara percezione dei danni: soprattutto, si spera che gli ulivi possano riprendersi dalla batosta subita. Il giorno 7 “Il Messaggero” constata che “se febbraio è stato piuttosto funesto, ora si ha il marzo normalissimo, vale a dire pazzerellone”. Intanto, però, dalle brevi di fondo pagina emergono i mille piccoli drammi dell’Umbria contadina, dove le distribuzioni gratuite di mais per gli animali vanno di pari passo con le vendite sottocosto di legna ai poveri.
Nessuno lo sa ancora (all’epoca non esistevano i modelli di previsione!!), ma l’inverno ha in serbo un micidiale colpo di coda. Il giorno 7 una bolla di aria gelida si stacca dal vortice polare, e nelle 48 ore seguenti si isola nel cuore dell’Europa centrale, fra Austria e Cecoslovacchia, con temperature prossime ai –20 a 1400 metri.
Tra il giorno 8 ed il giorno 10, l’alta pressione dinamica su Francia e Germania si unisce ad un fortissimo anticiclone russo-siberiano. Lungo il suo bordo meridionale la massa d’aria fredda inizia ad avvicinarsi sull’Italia adriatica, dove il giorno 10 è tormenta di neve. Anche a Bari, anche a Pescara, ma soprattutto sull’Appennino: 70 cm. di manto bianco ad Isernia. Ma siamo appena all’inizio.  
L’ 11 marzo Foligno è sferzata da una gelida tramontana scura; la bora infuria su Trieste, mentre in città fanno la loro apparizione i primi fiocchi. Scocca l’ora X: combinandosi con un flusso più caldo, di origine mediterranea, l’aria fredda scava una depressione sul Centro-Sud della penisola, con minimo di 1005 hpa. Nella notte fra domenica 11 e lunedì 12 marzo 1956 una memorabile tormenta di neve si abbatte sulla nostra città, dove cadono fra i 10 ed i 15 cm. di neve, mentre alle 6 del mattino si registra una minima di –5,6°. L’Appennino Umbro-Marchigiano viene letteralmente sommerso. Lo spessore è di un metro su tutto l’Alto Maceratese ed a Colfiorito, che resta totalmente isolata, con la SS.77. chiusa. La neve cade abbondantissima sulla Sabina, ma anche su tutto il resto del Lazio e della Maremma, fin quasi al litorale. Un branco di lupi scende dall’Appennino sulla Valle del Tevere, e risale poi sui Monti della Tolfa, a meno di 30 km. da Roma, dove va a costituire una colonia quasi “metropolitana”, presente ancor oggi.
 
La guarigione sarà lenta e dolorosa. Nei giorni seguenti, il vortice si sposta sui Balcani, mentre la goccia fredda migra verso Nord; ma rimane un forte flusso di correnti da nord-est, con la tramontana che sferza l’Italia avvolta dalla neve. Si registrano minime inferiori di 10° alle medie stagionali: -5,3 il giorno 13, -2,2 il giorno 14, - 5,2 il giorno 15.
Ormai se ne rendono conto tutti: per l’agricoltura umbra e laziale è la catastrofe, siamo di fronte ad un fatto di portata epocale. Vengono completamente distrutte le coltivazioni arboree, gli uliveti, i frutteti, ma anche le mitiche carciofaie della campagna romana. Se nel 1929 la Galaverna aveva distrutto gli uliveti collocati nei luoghi bassi, stavolta la tramontana e la neve non hanno fatto distinzioni, seminando ovunque la morte. I reportages giornalistici dell’ epoca raccontano di famiglie contadine impietrite dal dolore, incapaci di reagire, di rendersi conto dell’accaduto. Per tanti non c’è scelta: l’unica possibilità è l’emigrazione, verso la Francia, la Germania, ma soprattutto verso la Capitale, dove nelle borgate un’umanità derelitta e sradicata cercherà di raccogliere le briciole del boom che, nonostante tutto, va ad iniziare. Anche per chi resta, si prospetta uno sradicamento diverso, ma altrettanto traumatico: il nuovo universo della fabbrica accoglie i primi profughi climatici della storia italiana.
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